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Neruda: con Luis Gnecco, Gael Garcìa Bernal, Mercedes Moràn, Diego Munoz, Pablo Derqui

 

Ben due film di Pablo Larrein in città, regista cileno molto interessante per la capacità di costruire personaggi storici tra verità e sogno, personaggi che hanno, consapevolmente o inconsapevolmente, incarnato un mito nella storia per il mondo in generale e per  il Cile e per l’America in particolare.

Davvero singolare la circostanza, nella casualità, per Avellino. I due film sono Neruda (presentato per l’Oscar 2016) e Jackie (per l’Oscar del 2017), vale a dire Pablo Neruda e Jaqueline Kennedy.

Veramente interessante la prospettiva da cui  il regista ci mostra le storie di vita ed oltre di questi personaggi, il primo consacrato alla storia dalla poesia e la seconda dalla capacità di elaborare, attraverso l’estetica e il gusto per la bellezza, il mito di una Presidenza così breve eppure così intensa di eventi e risultati civili per gli Stati Uniti e dar forma visibile al modello di Stato americano, ribadirne  la continuità storica mediante il culto della memoria.

Il contrasto tra i due personaggi è evidente per le vite stesse che hanno avuto, ma in entrambi la politica ha costituito una forza ed un limite alla espressione dei loro progetti e alla realizzazione dei loro sogni in concreto. Per uno il comunismo e per l’altra il partito repubblicano.

L’ironia ed il cinismo con cui Neruda parla del Comunismo fin dall’inizio del film e di ciò che ne sarà in futuro ci ricorda, come molti hanno già osservato, Pasolini e le sue “profezie” avverate sulle questioni essenziali del mondo. Un poeta, si sa, ha uno sguardo lunghissimo, infinito sulle cose. Tale capacità lo rende irraggiungibile, persino a se stesso, figurarsi ad un poliziotto segugio (Peluchonneau) che vuole arrestarlo per volontà di Gabriel Gonzales Videla, ma che non riuscirà, perché il suo destino è l’esilio. Andare per il mondo a spiegare che cosa accade nel proprio Paese:  attraversare il proprio Stato e la diversità dei suoi paesaggi per la fuga e osservare come piccole comunità vivono di regole arcaiche e quindi molto c’è da fare per liberare da queste sudditanze una parte del popolo. Eppure il poeta non rinuncia alla bellezza, alla musica, alle donne dei postriboli. Questi luoghi rappresentano,boudelariamente, “la perdita d’aureola” del poeta, la vita nella sua crudezza e verità dei corpi, la sapienza del mondo esterno che si dichiara alle ”case chiuse”. Neruda qui non è quello di Procida e del postino, quello viene dopo. In questo film è persona risoluta e testarda nell’affermare la sua libertà anche a rischio della stessa, egli decide di uscire o restare in qualsiasi luogo sia segregato dal partito e, attraverso queste decisioni, traccia il proprio destino e inconsapevolmente costruisce il mito del poeta, idealmente vero Presidente del Cile. L’ironia e la poesia che aleggia nei discorsi e nelle immagini fa sì che il poeta vive e si racconta ed il limite tra la verità e l’idealità si confonde: era veramente così Pablo Neruda? No di sicuro. Ciò che vediamo nel film, ma che leggiamo dalla storia non è lui nella realtà, ma l’immagine che abbiamo di lui.

Allo stesso modo Jackie. Tutti la ricordiamo per eccellenza della bellezza ed eleganza. Alla fine del film, quando sta per lasciare la capitale e la Casa Bianca, scorge dal finestrino dell’auto, dei manichini con abiti di Chanel simili ai suoi, che rappresentano la prova che il mito che ha saputo, anche lei inconsapevolmente, costruire di sé e di Jack (John) in pochissimi giorni dopo l’assassinio con scelte decise e faticosamente assunte per lo choc emotivo ancora troppo recente, è ormai parte della storia americana. La donna di un uomo di potere, è noto, deve saper accompagnare discretamente il proprio compagno. Lui le darà il prestigio e la fama, ma lei deve conferirgli l’aureola che la politica non gli dà. Jackie, con il Presidente in vita, ha saputo mostrare al mondo la felicità della sua come una qualsiasi famiglia; ha persino trasformato la Casa Bianca in un museo di oggetti, mobili, quadri appartenuti ai precedenti Presidenti della Repubblica Americanae ha mostratoper la prima volta l’interno di quel potente edificio, attraverso la tv, agli americani. Ha cercato gli arredi presso antiquari e li ha acquistati a rischio di sfiorare il budget assegnato alla presidenza per spese di rappresentanza. Persino la camera da letto presidenziale non è intima o anonima, ma è la vera camera di Abraham Lincoln e signora. I due ritratti antichi ai lati del letto osservano questa famiglia che avrà un destino simile al loro: l’assassinio del Presidente da poco tempo insediato che ha avuto il merito di allargare i diritti a tutti i cittadini. Entrambi troppo democratici per i loro tempi! Jackie ci racconta – o meglio racconta i suoi sentimenti di quei terribili momenti in cui è cambiata tragicamente e rapidissimamente la sua vita ad un giornalista della rivista Life – che la signora Lincoln, dopo l’assassinio del marito divenne povera e dovette vendere tutto quel che aveva per continuare a vivere. Lei è angosciata dal timore che l’attenda il medesimo destino. Dunque come salvare se stessa, i suoi figli e il valore dell’uomo che aveva sposato non solo verso il mondo, ma anche verso i suoi bambini? Celebrando un funerale pubblico imponente, mostrando al mondo ciò che rimane dell’omicidio commesso nel privato: una vedova che tiene per mano i suoi piccoli bambinie che con dignità, eleganza e determinazione segue il feretro senza timore del rischio ancora incombente sui Kennedy. Dunque Jackie fa le scelte giuste e razionali attraverso l’organizzazione del funerale:  ribadisce la necessità della continuità storica dello Stato mediante il culto della memoria. La morte, la religione, la memoria e le istituzioni costituiscono i fondamenti antropologici su cui si fondano le civiltà di un popolo. Sono i princìpi che hanno fondato la civiltà egizia, esempio di ogni grande civiltà. Questaè la lezione di Jackie al mondo. L’intervista, realmente apparsa su Life, lo dimostra ancora oggi come documento e testamento della donna bellissima ed intelligentissima che lascia la Casa Bianca in un batter d’occhio, ma che lì lascia una traccia indelebile della forza del potere e della storia.

Due film meritevoli di essere visti. I protagonisti sono bravissimi nell’interpretare i ruoli assegnati e Natalie Portman (Oscar 2017 alla migliore attrice) è superba nella espressione del dramma privato che pubblicamente conosciamo solo attraverso le forme, ma non nel privato. Larrain ce lo mostra in esclusiva al cinema.

Bianca Maria Paladino

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