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Montoro Contemporanea, la terza edizione si inaugura con la personale “Troni” di Luigi Vollaro

Sarà inaugurata giovedì 30 marzo 2017 alle 19,00, presso il Convento di S. Maria degli Angeli a Torchiati di Montoro, la personale di scultura di LUIGI VOLLARO.
In mostra, 17 sculture in rame dalla forte connotazione memoriale, che fanno parte di un percorso di ricerca degli ultimi 10 anni, ed alcuni significativi disegni. La mostra è visitabile fino al 20 aprile, dal martedì al sabato dalle 19,00 alle 21,00, e su appuntamento.

La mostra apre il terzo ciclo di MONTORO CONTEMPORANEA, una rassegna di mostre personali di pittura, scultura e fotografia. L’iniziativa – ideata e diretta da Gerardo Fiore, e patrocinata dal Comune e dall’Assessorato alla Cultura della Città di Montoro – è rivolta ad artisti di comprovato talento e riconosciuta carriera, che si sono distinti in tutto il panorama nazionale, che intendono donare il proprio contributo alla crescita della collettività verso i linguaggi dell’Arte Contemporanea.
Alla serata, moderata da Anna Ansalone interverranno, oltre all’artista: il Sindaco Mario Bianchino, l’Assessore alla Cultura Raffaele Guariniello, il Direttore della Rassegna Gerardo Fiore.

Scrive PASQUALE RUOCCO:

‘L’occasione offertami da Luigi Vollaro è di quelle che ti permettono di tirare le fila di un dialogo prolungatosi negli anni. Un confronto incentrato tra le motivazioni di una ricerca, la sua, fondata sul costante confronto con la materia e le sue possibilità espressive, nonché sulle implicazioni di carattere ambientale che hanno contraddistinto la sua esperienza. E le prospettive di una ipotesi, la mia, di una monumentalità, capace di farsi carico di rinnovate esigenze culturali, fondata su rinnovati valori di carattere ecologico, resiliente, di profonda implicazione antropologica. Di una capacità di resistenza, cioè, a un regime di mediocritas, alle pressioni derivanti da una società sempre più annichilita da ritmi di consumo velocissimi, contraddistinta dalla fugacità delle mode e dalla superficialità delle comunicazioni.
In questo senso, del resto, si muoveva la mostra allestita, meno di un anno fa, a Ravello presso il sito archeologico del Monastero della SS. Trinità.
L’idea di coinvolgere Luigi Vollaro, assieme a Carmine Piro e le opere di Ugo Marano, muoveva dall’esigenza di proporre un programma culturale finalizzato a riguardare diverse esperienze, materiche e concettuali, sviluppatesi in Campania e nel sud Italia tra la fine degli anni Settanta ed oggi, riflettendo sul valore della materia, del segno e del gesto. Si trattava, ancora, di verificare in tale contesto l’esistenza di una carica immaginativa di carattere fortemente archetipo, di suggestione profondamente mediterranea, carica di elementi ludici ed erotici, ironici e politici.
Penso, per citarne qualcuno, a Gerado di Fiore, ad Annibale Oste, a Luigi Mainolfi, a Ugo Marano, a Angelo Casciello, ancora a Michele Peri, a Mimmo Conenna.
In un luogo abbandonato, come il sito ravellese, di cui nel tempo se ne era quasi persa la memoria, le opere di Luigi Vollaro – tra le quali ricordo Metamorfosi realizzata in occasione della Biennale di Venezia del 2011 e Fuoco fatuo qui riproposta – emergevano come elementi dal forte carattere simbolico, da sempre appartenuti a quella realtà.
Le sue sculture in rame, materiale che da anni permette all’artista di ragionare su dimensioni architettoniche ed ambientali, sembravano generarsi direttamente dal suolo, emanazioni di una vitalità ritrovata, oppure si presentavano come oggetti di forte connotazione memoriale, segni di una nuova possibilità esistenziale per uno spazio restituito alla collettività e alla sua eredità storica.
Si verificava sotto gli occhi dello spettatore, coinvolto nell’interpretazione di quelle forme, una sorta di processo di germinazione, di mutazione continua, di crescita costante, amplificato dalla mutevolezza della materia, in particolare del rame nel suo naturale ossidarsi. Elementi in bilico tra il simbolico e l’organico, tra la consistenza dura e immutabile del totem, e la vitalità di un corpo capace di porre domande, di emozionare, di aprirsi al confronto con la collettività, muovendo le corde di una psicologia collettiva che affonda le proprie radici nella terra, che cerca costantemente di tenere in equilibrio l’artificiale con il naturale.
Un percorso che, a grandi linee, viene riproposto in questa nuova mostra allestita nel contesto di “Montoro Contemporanea”.
A Fuoco fatuo, visibile in diverse versioni, fiamma/organismo tagliente che muove verso l’alto, ad Arpa, ad Ara Pacis, che si mostrano come preziosi oggetti provenienti da chissà quale antica fucina o tempio, o palazzo, si aggiungono alcuni esemplari della serie dei Troni, che da titolo alla mostra, piccole sculturine in equilibrio tra la dimensione ludica del modellare e quelle seducenti e misteriose figure che spesso si affastellano nelle vetrine dei musei archeologici raccontandoci di mondi e modi lontani nel tempo.
Sono queste, assieme, a una piccola selezione di disegni, le figure e le forme sulle quali da tempo Vollaro ferma la sua attenzione, cercando nelle lamine di rame nuove possibilità costruttive capaci di sollecitare possibilità narrative che esaltano l’importanza del tempo, di un rapporto con l’ambiente che ci circonda meno mediato da congegni elettronici, di un’esistenza da spendere stimando l’essere più che l’avere.
Valori che contraddistinguono del resto la convinzione che la scultura debba farsi spazio nella società; essere elemento connotativo dell’identità collettiva; condividerne memorie e suggerirne prospettive.
Di fondo la domanda a cui cerca ancora di rispondere riguarda come debba muoversi il ‘corpo’ della scultura nella nostra era. Quali valori essa debba essere capace di creare in una società fluida, dove le relazioni si caratterizzano per l’occasionalità e la vitualità. Quali caratteri essa debba per esprimere per affiorare come componente di caratterizzazione identitaria piuttosto che come semplice arredo urbano. L’artista medita, cioè, sulla iperbolica produzione di oggetti capaci – seguendo le riflessioni di Bodei – di soddisfare solo il nostro desiderio di consumo, rispondendo con la ricerca di cose vive nelle quali depositare nuove possibilità di senso.’

LUIGI VOLLARO (Scafati, 1949). Diplomatosi in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, allievo di Umberto Mastroianni e di Augusto Perez, comincia ad esporre giovanissimo nel 1966 nella Mostra a tre, tenutasi presso il Circolo Universitario di Scafati. Negli anni della formazione sperimenta materie quali il gesso, il legno e la cartapesta. Del 1972 è la partecipazione alla VIIa Rassegna d’arte del Mezzogiorno, tenutasi al Museo di Villa Pignatelli di Napoli, mentre un anno dopo tiene la prima personale, ospitata dal Centro Arte Incontri di Nola, occasione nella quale espone alcune opere in cartapesta.
Del 1979 è l’esordio all’estero, con la presenza ad Exibition Images, organizzata a Great Yarmouth in Gran Bretagna. Dell’inizio degli anni Ottanta sono due personali: la prima al Centro Sud Arte di Scafati e la seconda al Centro Zero di Angri e sarà fra gli artisti selezionati per la Ia Biennale Internazionale di Grafica, allestita al Museo Civico di Riva del Garda. Qualche anno più tardi è a Helsinki nella rassegna Weapons of Art, organizzata dalla Vanaham Gallery, nonché a Salerno, nel 1983, ove espone alla Galleria Etruria alcune incisioni tratte dal ciclo Macchineacchiappanuvole. Sempre nello stesso anno è presente alla mostra Materia di Scultura, promossa dalla Galleria A come Arte di Napoli.
Le prime esperienze in terracotta sono della fine degli anni Settanta, materia che segnerà la sua esperienza per quasi un decennio. Rispetto all’uso specifico che Vollaro fa della terracotta Tommaso De Chiaro scriverà, in “Aspetti della terracotta italiana” pubblicato nel 1984 sulla rivista “TerzoOcchio”, che i suoi “segni, iconici e aniconici, sono graffiti sulla pelle di terracotta, tracce dell’acqua e dell’aria, rughe sulla sabbia bagnata e foglie o nuvole leggere che dileguano al vento, orme ritrasmesse come su un calco, quasi per sfioramenti”. A seguire nel 1985 è dapprima alla Expo Arte di Bari e, successivamente, alla collettiva Pastello Oleoso, organizzata dalla Galleria il Campo di Cava de’ Tirreni. Faranno seguito le personali tenute, la prima a Torino allo Studio Caruso, la seconda al Centro di Sarro di Roma seguita da quella alla Pinacoteca comunale di Macerata; più tardi sarà invitato a Nebeneben, rassegna organizzata a Monaco di Baviera. Nel 1986 è invitato alla XI Quadriennale d’Arte di Roma, anno nel quale con Angelo Casciello, Franco Cipriano, Luigi Pagano e Gerardo Vangone, darà vita all’esperienza dell’Officina di Scafati. Nel settembre del 1987 è a Torino ove espone nella rassegna UCRONIA. Nell’articolo apparso sulla rivista “De Sculptura”, dell’aprile 1988, Patrizia Serra scrive: “Luigi Vollaro con il grande tamburo ottenuto proprio ‘suonando’ la materia, sottile argilla musicale in cui sono impresse le impronte della mano, diario di segni ritmici che si estende nella musicalità della struttura dialettica e spartita come emergesse dalla parete, e dedicata ai ‘blues’, dialoghi sull’esistenziale”.
Nel 1989 tiene una personale a Palazzo di San Galgano, promossa dall’Università degli Studi di Siena.
A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta l’argilla lascia lo spazio al piombo, cambiamento che coincide oltretutto con l’apertura del nuovo atelier al centro di Scafati. Numerose le mostre personali promosse in questo periodo, nelle quali, a fianco alle terrecotte, trovano posto i piombi. Nel 1990 è all’Istituto Grenoble di Napoli, mentre l’anno seguente è allo Spazio Temporaneo di Milano, nonché all’Abbazia di Realvalle di Scafati. Recensendo sul “Giornale” la personale milanese Francesco Tedesco rileva: “La terracotta è per natura una materia calda, il cui modellato indica una partecipazione tattile che invita al contatto diretto, rimandando a operazioni di carattere manuale. Interpretarne la fisicità è il primo compito per quegli scultori, come Luigi Vollaro, che ad essa si dedicano. […] La qualità simbolica e la partecipazione mentale, pur non assenti, si uniscono a una preminenza sensuale in lavori quali La montagna dei desideri (1988), informe ed organica apparizione che si eleva dal terreno con movimentazioni della superficie alla maniera del bassorilievo. Una pausa di meditazione è invece offerta dai recenti teatrini, ambienti che racchiudono elementi fluttuanti in una scena definita costruttivamente, secondo l’illustre antecedente del tema elaborato da Melotti. Vollaro si dimostra variamente rivolto nella sua indagine sulla terracotta, inventiva e nello stesso tempo radicata nella tradizione”.
A proposito delle opere che Vollaro esporrà nel 1993, in occasione della personale allestita nell’ex Frantoio Volpe a Terlizzi, Cinzia Zungolo scrive in catalogo: “Mi sembra che il piombo conservi inalterata l’accezione del movimento superficiale. La traduzione si è servita di opportuni “calchi linguistici”, approntati dall’artista […]”.
Del 1997 è la personale allo Spazio Temporaneo a Milano, ove espone i piombi, mentre del 1998 la grande antologica promossa ed organizzata dalla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Scafati. Stefania Zuliani nella recensione apparsa sul “Il Mattino” di Napoli, sottolinea come la scelta dei titoli così complessi delle opere sia sorprendente se non spiazzante “perché in realtà ciò che immediatamente individua la ricerca, ormai più che trentennale, di Vollaro è soprattutto l’attenzione acuta per le materie, le superfici e i pesi della scultura”.
Nel 1999 gli viene assegnato il Premio internazionale di scultura Costantino Nivola.
Nel 2004 è invitato dapprima ad Agliè alla rassegna “Scultura Internazionale”, nonché al FRAC di Baronissi a Corpi & Materie – Aspetti della scultura in Campania negli ultimi vent’anni.
Dai primi anni del Duemila entra in scena, tra le materie usate dall’artista, il rame: nel 2006 una sua grande scultura in rame è acquisita nella collezione del Museo Arte Ambientale di Giffoni Sei Casali e collocata nella piazza del casale Sieti; dello stesso anno è l’invito dall’Università Cattolica di Milano ad esporre nella rassegna Arte spiritualità nel chiostro (la scultura esposta rimane nella collezione dell’ateneo), l’anno successivo una sua grande scultura “Grande Fiore” viene collocata nella piazza del Centro Commerciale La Plaza di Scafati .

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