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Laceno d’oro 2016, si conclude la 41° edizione. Premiato Il cinema sociale

Si è appena conclusa la 41° edizione del festival internazionale del cinema Laceno d’oro 2016. La rassegna si caratterizza per l’attenzione al cinema che riflette sulle problematiche sociali, ma anche sui linguaggi della cinematografia contemporanea nazionale ed internazionale.

Tra i registi premiati di questa edizione, spicca per originalità l’iraniano Amir Naderi. Già premiato al festival del cinema di Venezia con il film Monte, girato in Italia, con cast e produzione italiana, francese e americana, nel corso della manifestazione irpina dal 1 al 13 dicembre scorso, Naderi ha presenziato alla proiezione di una retrospettiva di ben cinque suoi film: A,B,C…Manhattan (1972); Waiting (1974); Il corridore (1985); Marathon (2002); Monte (2016), ed ha tenuto un interessante incontro dibattito con il pubblico nel pomeriggio del 5 dicembre.

Di questo incontro e del suo modo di fare cinema vogliamo raccontare. Infatti il premio Laceno d’oro ha voluto riconoscere l’assoluta coerenza del regista iraniano che – da oltre quaranta anni – realizza prodotti cinematografici di qualità, in un contesto di distribuzione sempre più difficile. Assistere alla proiezione dei film che hanno caratterizzato il percorso di maturazione della filmografia di Naderi è stato molto interessante.

Monte è certamente il “testo” che più dei precedenti traduce i temi ed il “linguaggio” cinematografico del regista. Questo film infatti, per la incisività delle immagini, delle inquadrature brevi, precise, rapide nella successione, per l’uso prevalente del grigio e di pochi altri colori, per la scelta – consueta in Naderi – di non avere commento musicale e per l’assenza quasi di dialoghi, contiene tutta la forza della narrazione che di norma ha un testo letterario scritto.

Mai come in Monte infatti l’immagine assume un valore di contenuto narrativo a cui la presenza di dialoghi poco aggiungerebbe. E’ la storia di un piccolo nucleo di abitanti di una zona alle pendici di un monte (le Dolomiti) che impedisce alla luce di penetrare nella terra e nelle case e quindi alla vita di alimentarsi. L’acqua scompare tra le rocce senza lasciare nutrimento alla terra, non c’è possibilità di coltivare ortaggi, né pascolare animali o allevarli. Così, quasi tutta la piccola comunità decide di lasciare le case per trasferirsi altrove, tranne una famiglia composta da padre, madre e figlio che decide di restare. La scelta non si rivelerà facile.

La disperazione e l’emarginazione renderanno ancora più ostinata la decisione di resistere in quel luogo ostile e di restare per combattere contro l’ostacolo insormontabile alla possibilità di vivere e persino di sopravvivere: la montagna. Opporsi alla natura e tentare di modificarla è per un uomo un obiettivo irraggiungibile, ma praticabile se ha la solidarietà di un piccolo nucleo, la famiglia, simbolo di futuro, della vita che continua. E’ così che Agostino, il capo famiglia, in preda ad un raptus di disperazione e rabbia, comincia a martellare contro la montagna. All’inizio il movimento è di attacco, poi diventa sempre più deciso, ossessivo, e non si placa più.

A lui si unisce il figlio Giovanni, mentre la madre provvede al loro nutrimento. In questa lotta titanica tra l’uomo ed il monte, unico commento sonoro del film, insieme al rumore dei colpi inferti alla roccia, è il respiro: quello della montagna – sordo perché ovattato nella nebbia – e quello dell’uomo, del suo affanno. Questi due ritmi sonori, in quanto espressioni diverse della natura, fondano il tono emotivo della storia.

Vincerà l’ostinazione dell’uomo. A forza di colpi il Monte cederà rovinosamente, schegge di ardesia crolleranno ai piedi della famiglia che riesce a salvarsi e, mentre scappa, si volge a guardare la luce che finalmente è giunta sulla valle a illuminare le loro mani che si tengono unite. La luce restituisce il colore alla scena ed i grigi caravaggeschi che ci hanno accompagnato, d’un tratto svaniscono.

La natura, la famiglia, l’ostinazione a superare gli ostacoli, il sentimento, la religiosità, la povertà, la dignità sono qui, come negli altri quattro film della retrospettiva, i temi fondamentali a cui si ispira Naderi. Egli li compone in storie diverse con l’uso delle inquadrature, l’assenza del commento musicale, il ritmo presente nei pochi e scarni dialoghi, i rumori di fondo.

In particolare ogni inquadratura definisce rapidamente il contesto e subito dopo diventa un approfondimento della scena, cioè la narrazione della storia. Questa tecnica impone attenzione dello sguardo dello spettatore che viene catturato dalla rapidità con cui le scene si susseguono; la sua attenzione si concentra totalmente sulle immagini ed il silenzio o la scarsità di dialoghi la rafforzano, evidenziando il ritmo narrativo. Tutto questo costituisce il linguaggio cinematografico di Naderi, la sua specificità.

Il regista iraniano ha insistito molto nel dibattito con il pubblico proprio sulla necessità, da parte di chi fa cinema, di elaborare ed esprimere originalità, e, da parte del pubblico, sulla attenzione ad individuare e ricercare l’originalità in un film. Egli ha invitato tutti a guardare e riguardare i film di ogni genere, a soffermarsi a riflettere su come sono fatti; a vederli anche attraverso supporti diversi. Ha detto testualmente: “In Italia avete ottimi registi, cercate i vecchi film e verificate le diversità dei linguaggi tra i registi (Germi, Pasolini, Lizzani, Antonioni, eccetera).

Ciò che più conta è l’originalità, cioè la specificità di tradurre in immagini delle storie”. Ha raccontato che durante la realizzazione di Monte si isolava, aveva bisogno di concentrarsi per trovare la giusta espressione del significato del film, doveva riuscire a descrivere il rapporto dell’uomo con la montagna. Ciò che lo ha aiutato a trovare quella forma espressiva è stata la musica di Giuseppe Verdi.

La musica dunque – che manca del tutto nei film di Naderi – ha fondato il ritmo narrativo di Monte, e questo ritmo è dato dal respiro. Già in Waiting, film del 1974, il respiro del giovane protagonista gioca un ruolo importante, esprime l’ansia del desiderio e, sempre il respiro ed il suo affanno descrivono ne Il corridore, del 1985, la necessità di correre e superare ogni ostacolo od impedimento alla necessità fisica di andare. Dunque tutti i protagonisti dei suoi film sono piccoli eroi, ostinati, quasi ossessionati da un obiettivo che perseguono a tutti i costi e che alla fine raggiungono.

Per Naderi infatti il cinema deve dare un messaggio positivo. L’uomo contemporaneo ha bisogno di credere in questa possibilità, troppa parte del mondo è esclusa dalle cose più elementari e tutti i giorni combatte per cercare di ottenerle. Pensare di superare queste difficoltà è necessario, trovare il modo per riuscirci è fondamentale, ma volere fortemente, con ostinazione, è già un modo per riuscire.

In Waiting l’ossessione è il desiderio, la prima forma di desiderio di un bambino; ne Il corridore è la corsa per recuperare il pezzo di ghiaccio da vendere, unica risorsa economica del protagonista. In A,B,C…Manhattan l’ostinazione è la presenza ossessiva delle foto di una polaroid che diventa il filtro dei sentimenti; infine in Marathon è la gara di cruciverba dentro la metropolitana.

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